Peter Greenaway (Newport, England, 1942) è conosciuto al grande pubblico essenzialmente come regista, autore di alcuni tra i film più importanti del cinema contemporaneo (I misteri del giardino di Compton House, 1982; Lo zoo di Venere, 1985; Il ventre dell'architetto, 1987; Giochi nell'acqua, 1988; Il cuoco, il ladro, sua moglie e l'amante, 1989; L'ultima tempesta, 1991; The Baby of Macôn, 1993; I racconti del cuscino, 1995, Otto donne e ½, 1999).
Ma egli è, per sua stessa definizione, un artista ibrido, spinto nella creazione artistica dalla necessità di creare immagini. Egli si definisce dunque come image-maker:
"Non mi sento del tutto un regista. In un certo senso sono un "ibrido". Quello che da sempre mi interessa è la letteratura e la pittura" ;
"Si tratta sempre e soltanto di creare immagini, che siano su schermo, su tela o su un palcoscenico. Ma la cosa che mi interessa di più, quale che sia il mio mezzo, è il tradurre idee in immagini, in termini visivi […] Sono un image-maker".
Formazione all'Istituto d'Arte
In realtà, Greenaway inizia la sua carriera come pittore. Studia infatti all'Accademia delle Belle Arti (la Walthamstow School of Art) e negli anni '60 inizia a produrre moltissimi quadri che hanno come fonti d'ispirazione artisti come Kitaj, Paolozzi e Peter Blake.
Da subito, è molto interessato al paesaggio e viene influenzato dal movimento "Land art", che si pone il problema di "inventare un nuovo modo di considerare il paesaggio", rivitalizzando l'antica tradizione paesaggistica inglese.
Questo interesse spiega il suo amore per le mappe, che rappresentano un modo di leggere, appunto, il paesaggio, un tentativo di esprimere la tensione che esiste tra il disordine e la realtà del mondo (o della Natura, in senso romantico) ed una costruzione classica, rigorosa.
Greenaway cita come suoi punti di riferimento per l'approccio al paesaggio e per questo "scontro" tra classico e romantico Tolkien, William Morris , Thornton Wilder e l'Italo Calvino delle Città invisibili, che in effetti costruisce un "sistema" utopico procedendo per accumulazione di frammenti.
"Sono sempre stato affascinato dalle mappe. Per me una mappa è una metafora ideale: esprime uno spazio tridimensionale in forme ideogrammatiche, esprime i tre tempi, da dove viene [sic], dove siete e dove sarete… Le carte mi affascinano. Possiedo una collezione piuttosto bella, di qualsiasi origine. Quelle che mi affascinano di più sono quelle che non capisco: le mappe cinesi, ad esempio, che diventano in questo modo meno la descrizione di un paesaggio che un oggetto in sé" .
La sua produzione filmica inizia più tardi: Windows, che egli pone ad inizio della sua carriera cinematografica, è del 1975, mentre I misteri del Giardino di Compton House,, prima opera di successo mondiale, è del 1982.
Rapporto pittura-cinema
Tra il fare pittorico e quello filmico vi è un continuo rimando: i quadri sono parte di un percorso che porta ai film, poi ad essi ritorna, i motivi e i temi della sua pittura rimandano a quelli cinematografici, molti quadri sono parte integrante di film, etc.:
"I quadri, i collage, i disegni e le fotografie in questa mostra rappresentano una piccola parte di una ricerca speculativa che, secondo me, viene portata avanti in un ampio quadro di lavoro, assieme alla realizzazione di film, opere e romanzi".
(P. G., testo per il catalogo Lindau)
Per esempio, le serie pittoriche "A Walk Trough H" e "The Draughtsman's Contract" precedono gli omonimi film., che sono incentrati su una galleria di quadri il primo e sulla figura di un "disegnatore" il secondo.
Riferimenti ed influenze pittoriche
Molti i riferimenti pittorici. Per quanto riguarda la visione del paesaggio e lo studio della luce, la capacità di fissare l'estremità di un momento, Greenaway ha più volte citato Vermeer.
Molto importante anche l'opera di Edward Muybridge, pittore e fotografo inglese che ha studiato il movimento ed anticipato il fermo-immagine cinematografico.
L'approccio al paesaggio, elemento centrale nell'opera sia cinematografica che pittorica di Greenaway, nasce dalla conoscenza e dal fascino esercitato sull'artista dai paesaggisti classici inglesi, e dal successivo incontro con quelle correnti pittoriche a lui contemporanee che hanno cercato un nuovo linguaggio per rappresentare il paesaggio stesso:
"Quando avevo più o meno quattordici o quindici anni iniziai ad essere affascinato dal paesaggio. Per me la pittura significava paesaggio. Gli artisti paesaggisti classici inglesi - Wilson, Constable, Gainsborough, Turner, Palmer - erano il mio principale interesse. La maggior parte dei miei primi lavori sono una misera imitazione di essi."
Non appena vai all'istituto d'arte ti rendi conto che l'Inghilterra è stata più dipinta, disegnata e fotografata che forse qualsiasi altro posto in tutta la storia del mondo. Poi ti accorgi che il lessico è stato esaurito. Come puoi ritrarre il paesaggio senza imitare le persone del passato? Il movimento artistico degli anni '60 sembrò offrire un modo per farlo, un movimento che poteva essere associato alla mia passione nei confronti di mappe, piani e vedute aeree. Moltissimi dei lavori in questa mostra sono inerenti al mio tentativo di rappresentare il paesaggio - così come i paesaggi stellari - usando un lessico moderno".
Il movimento inglese della fine degli anni '60 chiamato "Land Art" si serve per una rappresentazione del paesaggio di forme derivate dalle scienze più che da un'esperienza personale di empatia con la natura: rappresentazioni diagrammatiche e dati catalogati come quelli che possono trovarsi negli atlanti e nelle mappe.
Molte delle opere esposte in questa mostra sono eseguite con la tecnica del collage, che per Greenaway assume un significato specifico. Questa tecnica, infatti, che riunisce frammenti di materiali diversi, provenienti per lo più da volantini o manifesti stracciati, senza una ragione logica o narrativa, stimola lo spettatore a processi di libera associazione che danno effetti simili a quelli del sogno. I colori, le tonalità o le forme danno l'unità dell'opera.
"La bellezze del collage sta nella magia di una pagina, di un foglio o di un oggetto originali che hanno il potere di dar vita al lavoro finito. Questo è qualcosa che imparai più dai primi lavori di R.B. Kitaj che da chiunque altro" .
Per quanto riguarda l'uso del collage Greenaway, oltre che Kitaj, cita come artisti di riferimento Schwitters, Rauschenberg, Braque.
Come Rauschenberg, Greenaway rigetta ogni cenno di illusionismo prospettico e mette in atto una serie di strategie che enfatizzano la superficie del quadro. Si è parlato, a proposito di questa enfatizzazione della superficie del quadro, di flatbed picture nella quale il campo della visione è orizzontale.
Molti quadri presentano inoltre tematiche inerenti la cibernetica che si rifanno ai lavori di Mary Bauermaster, che utilizzava un sistema razionale per organizzare il suo materiale disparato su una griglia, per poi contraddire questo sistema con elementi illogici, assurdi o casuali.
Allo stesso modo molte delle opere di Greenaway in mostra evidenziano un tentativo di ordinare l'universo con una nitidezza ed un'ossessiva esattezza che indica un'insana ostinazione.
Infine, l'attenzione prestata da Greenaway all'effimero ed al contingente allinea l'artista inglese al Nouveaux Realisme francese più che alla Pop Art. Mentre la Pop Art, infatti, si occupa dei beni di consumo, Greenaway è concentrato sulla "misera" materia (lo stesso piano orizzontale proprio della flatbed picture rimanda ed è indicativo di un materialismo di base).
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